GOA, INDIA
Sono un ottimista costretto continuamente a fare i conti con la realtà. Quando ero ancora in Thailandia il piano era quello di viaggiare via terra fino all’Italia. Niente aerei. E così avevo in gran solennità strappato il biglietto di ritorno per Roma, simbolo d’imborghesimento, e m’ero messo in moto, più con l’immaginazione che non nella realtà. Ero già (sempre solo con l’immaginazione) in Tibet quando mi resi conto che a quelle altitudini a febbraio fa troppo freddo (se ci si va di persona, voglio dire). E così era scattato il piano B: biglietto di sola andata per lo Sri Lanka, OK, piccola concessione capitalista-borghese, ma poi tutto via terra fino all’Italia. E una volta fisicamente in Sri Lanka, già mentalmente traversavo quel brevissimo stretto di mare che la separa dall’India. Ma anche qui c’era un “ma”, anzi due...

Sono anni che è in corso una guerra civile in Sri Lanka e raggiungere il nord del Paese in treno o autobus non è troppo raccomandabile per nessuno, ed è inoltre proibito agli stranieri. Ero pure salito su un treno che andava verso il “fronte”, ma mi avevano fatto scendere e fare dietro-front al primo check point. E io avrei voluto dire al gentil ufficiale che davvero doveva lasciarmi passare, che la mia immaginazione era già a nord, su quel minuto braccio di mare, e che sarebbe stato crudele tenerci ancora separati. Ma non c’era modo, e comunque il traghetto che una volta collegava i due Paesi era stato fatto saltare dai terroristi (o partigiani, secondo chi mette l’etichetta) anni addietro. O forse non era stato fatto manco saltare, ma semplicemente il governo aveva deciso di sopprimerlo così nessuno avrebbe potuto distruggerlo. Come quando l’unico bimbo del gruppo che possiede un pallone è tirchio e non si può quindi giocare per non sciuparglielo.


Ed ero così arrivato in India in aereo: ed erano due. E tanto per non dare l’impressione di uno che ogni tanto (anche per errore, magari) porta a compimento i suoi progetti, aggiungerò che dopo l’India ho dovuto prenderne un altro per il Kuwait e un ultimo per Istanbul. Ricapitolando: per evitare di prendere un aereo ho finito col prenderne quattro!

Ma torniamo all’India. È un Paese che per certi versi mi ha ricordato l’Africa: incasinato, affollato, sporco, considerevole quantità di sorci in giro per le strade, ecc. V’è però una differenza di base che lascia spazio all’ottimismo: in India esiste un sistema, un ordine delle cose rispettato tanto da chi ne trae ovvio vantaggio, quanto da chi capisce che quel sistema che in un certo senso lo opprime è pur sempre l’unica sua speranza per un futuro migliore.


I treni sono un esempio di funzionalità Indiana. Sono organizzati in maniera iper-astro-overburocratica, e credo di poter affermare con scarso margine d’errore che se tale sistema di fogli, timbri, registri, controllori, supervisori e controllori dei supervisori venisse mai sperimentato altrove, le ferrovie di quel dato Paese cadrebbero nel marasma più completo e sarebbero in rovina dopo soli tre giorni. Qui invece funziona davvero: una mastodontica macchina che ogni giorno muove decine di milioni di passeggeri e ogni tipo di mercanzia da un lato all’altro del continente. In Europa si sente parlare delle ferrovie indiane solo in occasione di gravi incidenti mortali, ma in realtà sono un miracolo di funzionalità (e puntualità).


Viaggiavo in treno, appunto, lo faccio (quasi) sempre. Questa volta ero partito da Mangalore e stavo risalendo la costa occidentale in direzione Goa. Il treno ero di quelli con le sbarre trasversali ai finestrini che spaventano a morte quando il vagone è strapieno. Ma questo -strano per l’India- era semi-vuoto. Fino a Gokarna. Lì si è riempito di occidentali. Viaggiavano tutti soli o in coppia, avevano tutti (o quasi) una copia del Lonely Planet a portata di mano, e sono poi scesi tutti, ognuno in maniera indipendente, chiaro, nella stessa stazione. E in quel momento, tornato ad avere un vagone semi-deserto, m’è venuto da pensare ai danni che Lonely Planet causa.

Nata nei primi anni ’70 come ausilio agli hippies non abbastanza hippy che volevano però comunque vedere Kathmandu, è andata crescendo come un tumore, cellula dopo cellula. All’inizio era stato diagnosticato come “benigno”, trent’anni dopo non ne sono più così sicuro e lo catalogherei forse più come “cancro”. Non so quante copie venda ogni anno, ma dev’essere nell’ordine delle 7 cifre, se è vero che non v’è ormai più modo di viaggiare a nessun Paese senza vederne in numero abnorme. E tutti se ne portano una nello zaino, e tutti ne osservano precetti e moniti, ed alcuni (troppi) la seguono alla lettera e se qualcosa o qualcuno è presente nella Lonely Planet (LP per gli iniziati) è cosa buona e giusta, mentre se non lo è è da evitare così come si eviterebbe uno scoreggiatore in ascensore.


Ho personalmente assistito a scene del tipo: accalappiaclienti che in stazione cerca di convincerti ad andare a stare nella guesthouse X, ragazza che tira fuori il suo LP, cerca tale guesthouse e -non trovandola- dice di No perché, appunto, non è elencata. Non perché il tipo sembri uno stupratore o perché gli puzzi l’alito d’aglio, ma solo perché quella data guesthouse non è presente nella omnipotente guida.

V’è poi un altro problema, qualcosa che offende la sensibilità dei cinici come me: coprendo press’a poco tutti i Paesi del mondo, ogni autore sceglie la regione a lui (o lei) più gradita, e quel che ne vien fuori è una serenata lunga 500 pagine, con violini e arpeggi ad alternarsi nell’elogio di qualsiasi cosa una mente umana possa elogiare (e di alcune cose presumibilmente inelogiabili). Ad esempio, due anni fà viaggiavo in Africa occidentale, zona non troppo battuta dagli stranieri, ed avevo pertanto anch’io il mio buon LP con me. Il capitolo relativo al Senegal era un susseguirsi di emozionanti racconti di dove e come trovare la miglior musica live africana. Ora, se c’è una cosa, un’unica cosa che qualsiasi demente scappato di casa riuscirebbe a trovare senza nessun aiuto in Africa, questa cosa è la musica dal vivo! Dirò di più: è impossibile liberarsene, anche nel caso lo si volesse. Sarebbero invece di grande aiuto indicazioni su come trovare alloggi decenti a buon mercato, su chi bisogna corrompere per aver un determinato documento, e cose di questo genere. Poi diedi un’occhiata alle note biografiche dell’autrice, e questa risulta essere una studiosa di musica, assoluta e irrimediabilmente conquistata dai ritmi africani. Capite ora quel che voglio dire? È come chiedere a una madre di scrivere un commento oggettivo sul proprio figlio: lei magari farà pure del suo meglio ma... al cuore non si comanda!


La soluzione, cinica e quasi sadica, sarebbe quella di fare un test attitudinale agli autori e quindi inviarli in quelle regioni a loro meno affini. Quindi, quella che ama il Senegal va a vivere in Groenlandia, quello che ama le spiagge caraibiche si occuperà dell’Himalalya, lo sciatore Svizzero si sposterà in Bangladesh durante la stagione dei monsoni, e così via. Temo che anche in quel caso i giudizi risulterebbero offuscati dalle emozioni, ma almeno verrebbe fuori materiale divertente da leggere: pepe per miele!

Ma la cosa che in assoluto più mi rattrista di LP è il processo di apposamento borghese in cui è andato man mano scivolando nel corso degli anni. Un paio di esempi: a Monrovia, Liberia, gli autori di LP non erano neanche andati perché ritenuta pericolosa. Si erano limitati a chiamare qualche diplomatico occidentale in loco e a farsi dare un paio di nomi di hotel. Uno era l’Hilton. L’Hilton! L’Hilton! Dico, chi ha bisogno di una guida per sapere che può stare all’Hilton a 300€ per notte? Ma la cosa più surreale è che spiegava pure come arrivarci a piedi. Come dire: “Ti faccio risparmiare 3€ di taxi, potrai quindi ben pagarne 300 per l’alloggio!”. Quello che invece dovrebbero fare questi signori è esattamente andare a rischiare il proprio grasso grosso culo peloso in posti come Liberia o Somalia, e, OK, ogni tanto qualcuno ci lascerà le penne, e lo si seppellirà con tutti gli onori nel cimitero degli hippies indomiti a Parigi e la gente vi farà pellegrinaggi spontanei, come succede con la tomba di Jim Morrison.


Un altro esempio è la posizione politicamente corretta che hanno ormai assunto rispetto all’autostop. Avvisano che: “Fare l’autostop non è mai del tutto sicuro”. Proprio loro, i figli di quelli che lasciavano l’Europa con 100 dollari in tasca per viaggiare fino all’altro capo del mondo. E poi che cos’è “del tutto sicuro”? Ora che un aereo Air France si è schiantato sull’oceano scriveranno per caso: “Volare con Air France non è del tutto sicuro”?

Lonely Planet e Noi: breve cronologia
1968: Frotte di hippies impenitenti si incamminano liberi verso l’Asia.
1973: Una coppia di giovani Australiani decide che è ora di dare una mano a quelli che non sanno cavarsela da soli. Viva l’autostop!
1983: Gli hippies non ci sono ormai più. Gli alloggi da 1$ rimpiazzati da quelli da 5$. Autostop forse!
1993: Neanche i post-hippies ci sono ormai più. Alloggi da 5$ rimpiazzati da quelli da 10$. Autostop, ma di rado!
2003: Ormai viaggiano solo ricconi travestiti da pseudo-hippies. Alloggi da 10$ rimpiazzati dall’Hilton di Monrovia. La gente incomincia ad evidenziare le guide LP in giallo fluorescente e a conservarle come reliquie. Autostop non del tutto sicuro!
2013: La gente è ormai più che soddisfatta col comprare ed evidenziare le guide LP. Si sconsiglia tutto perché niente è del tutto sicuro. Severamente proibito pronunciare la parola Autostop!




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