BANDARAWELA, SRI LANKA
Lo Sri Lanka continua a riservarmi solo doni inviati direttamente dal Signore in persona. I Cingalesi m’erano stati descritti prima di partire come assillanti, persistenti e invadenti. A posteriori devo confessare di non trovarmi d’accordo neanche un po’ con tale descrizione. Sono a me risultati un popolo meravigliosamente generoso, per niente invadente o men che meno aggressivo.

Sceso dal Picco di Adamo volevo andare a Kandy. Avevo pure comprato il biglietto, ma Mentre ero nella stazione di Hatton che fotografavo un treno in procinto di partire verso Est, un anziano dalla profetica barba bianca e dalla pancia rotondissima mi ha avvicinato e ha attaccato bottone. Era il macchinista. Gli ho detto della mia passione per i treni e che una volta da bambino mio zio macchinista mi aveva portato con se per un sevizio in locomotiva. E l’anziano mi ha risposto che se volevo anche lui mi avrebbe portato su. Unico problema, andava nella direzione opposta a quella dov’ero diretto io. Gli ho risposto che quello non era affatto un problema dato che i miei piani esistono solo per essere prima o poi abbandonati. Gli ho però anche chiesto se portare un passeggero sulla locomotiva non gli avrebbe causato problemi. Mi ha risposto di No e che: “Se tuo zio ti ha portato, posso portarti anch’io”.


E siamo partiti. Ricordo ancora quel viaggio con mio Zio Tony. Avrò avuto 9 o 10 anni, un quarto di secolo fa! Ricordo l’emozione di allora, e quella presente non era da meno. Questi sono i momenti in cui mi sento vivo al 100%, in cui sento che ogni singola molecola del mio corpo davvero esiste. Come spiegarlo? La campana è metallo, no? È materia ed è sempre li. Ma se non arriva una mano a tirare il batacchio (o a premere un pulsante) quel metallo, quella materia non vibra; esiste ma non vive!


La locomotiva era una macchina Canadese elettro-diesel del 1959! Un reperto, un gioiello di antica meccanica che, oltre a non avere un graffio (qui non esiste la triste sub-cultura “vandalismo=libertà” che trionfa in Europa), quotidianamente scala i monti Cingalesi fino a 2000 metri d’altitudine, seguendo il tortuoso tracciato disegnato con grande maestria dagli Inglesi a metà del secolo XIX. La linea è tuttora interamente manuale: gli scambi sono manuali, le comunicazione sono manuali, col codice Morse fra stazioni, il controllo del traffico è manuale, con un sistema chiamato “Lock & Block”. Ogni capostazione ha a disposizione 28 dischi di metallo inseriti in una specie di deposito dal quale può estrarre un solo disco per volta. All’estrarre il disco, il deposito si blocca, non permettendo così l’estrazione di un secondo disco. Il disco estratto viene consegnato al treno in partenza e quel dato convoglio sarà conseguentemente l’unico con diritto a percorrere quel tratto di ferrovia in quel momento. Alla stazione successiva il disco viene riconsegnato al capostazione che a sua volta lo consegnerà a un nuovo treno procedente in direzione inversa, e così via. Una specie di salvacondotto di quelli che i papi rilasciavano ai viaggiatori illustri del medio evo. Un sistema apparentemente “obsoleto” che presenta però un tasso di incidenti inferiore rispetto al sistema semi-automatico dei semafori e persino a quello ultra-moderno dei treni “intelligenti”.


Il vecchio macchinista era orgoglioso della sua locomotiva, dell’opera degli Inglesi con la ferrovia e di quella di Allah con la natura circostante. Abbiamo traversato piantagioni di té, coltivazioni di ortaggi e infine foresta vergine. Poi, scendendo sull’altro versante della montagna, i tre paesaggi si sono ripresentati in ordine inverso. Io ero affascinato da quello che vedevo dentro la locomotiva non meno che dal paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Reyal mi ha mostrato i comandi della macchina spiegandomene uso e ragione d’essere. Mancava il tachimetro. Gli ho chiesto come si regolava per la velocità. Mi ha risposto che dopo 45 anni di servizio non aveva bisogno di uno strumento per conoscere la velocità della sua locomotiva.


In cima c’era la nebbia. Fittissima. E faceva freddo. A un certo punto, già di notte, nella nebbia misteriosa della giungla, la porta della cabina si è aperta di colpo e un omone sorridente e baffuto è entrato. Mi ha fatto venire un accidente. Ho chiesto al macchinista com’era salito a bordo. Mi ha risposto: “Esperienza”. Il tipo, uno degli addetti alla manutenzione della linea ferrata che vivono in baracche costruite sui bordi della stessa, era salito sul locomotore in movimento al volo, di notte. Non solo: in mano reggeva una bottiglia di vetro da un litro piena per tre quarti di un liquido color fango. Era caffellatte. Ed era bollente; io per non scottarmi ho dovuto poggiarla sulla scatola degli attrezzi mentre me ne versavo una tazza. E quello era salito sul treno in movimento con quella palla di fuoco in mano! Poi è scomparso con la stessa silenziosità.


Ho chiesto al macchinista, settantenne, se non portava a volte i nipotini sul locomotore. Mi ha risposto che sono ancora troppo piccoli, ma che ci ha portato a suo tempo tutti e quattro i suoi figli, e che continua comunque a portarci ogni bimbo che glielo chiede. E li gli ho davvero voluto bene. Era un uomo felice che distribuiva felicità. Poi ha aggiunto di aver recentemente portato con se una giovane coppia Tedesca. Mi ha detto che la ragazza non smetteva di prendere appunti, con ora e tutto: “15.33: suonato la sirena. 15.36: traversato piantagione di té e cascata. 15.40: tunnel, 500 metri” e così via per tutto il viaggio. Sembrava perplesso, gli ho spiegato che era Tedesca, non era colpa sua, ma che non si preoccupasse, io non avevo intenzione di passare quattro ore facendo da scatola nera umana. Il fascino di esperienze così risiede proprio nella mancanza di idee germaniche (nel senso di iper-efficienti).

Mi ha anche chiesto se ero sposato. “No”. Ha scrollato la testa. “Vivi da solo?” “Si”. Altra scrollata di testa. “Quando sarai vechio te ne pentirai”. Ed è vero. Se me lo dice una persona felice sul posto di lavoro e ovviamente felice a casa circondato da figli e nipoti, non può non essere vero. Gli ho detto che la felicità è l’unica cosa che davvero conta e che lui era uno di quelli benedetti da Dio con tale dono. Mi ha risposto che era vero. Ne era consapevole e grato.


Alla stazione di Bandarawela ho ringraziato Reyal e il suo aiuto-macchinista e ho augurato loro mille benedizioni per avermi regalato un giorno speciale. Ma non era finita. Fuori diluviava. I due macchinisti hanno confabulato per un po’ in Cingalese, poi mi hanno detto che avrebbero fermato il treno in prossimità di un albergo, così non mi sarei bagnato nel tragitto dalla stazione. Gli ho chiesto -di nuovo- se era sicuro che la cosa non gli avrebbe procurato grattacapi. Dopo tutto, un treno non è un taxi, non è che lo si può fermare dove si vuole. Mi ha risposto: “Problemi? Sono io il comandante del treno.”




ENGLISH
The English version of this article is on Travelblog.org
Link: The Locomotive