Marcoelitaliano
02/03: Sri Pada
PICCO DI ADAMO, SRI LANKA
Lo Sri Lanka mi aveva accolto con quel mix di accoglienza e imbarazzo, proprio di chi, pacifico per natura, si ritrova con un fucile in mano e non ne capisce bene il perché. L’aeroporto di Negombo era blindato e il centro di Colombo era costantemente pettinato da agenti (uniformati e non) a caccia di potenziali bombaroli. Solo in Israele credo di aver visto più armi in circolazione. Però qui la gente -contrariamente a quel che accade in Israele- continua a sorridere. Come dire: non c’è bomba che possa uccidere una filosofia di vita positiva!
Il mio non troppo cauto, poco plausibile, per niente saggio tentativo di traversare la linea di confine virtuale che separa (o separava, almeno) il Sud in mano al governo dal Nord controllato dalle Tigri Tamil si era rivelato un fiasco. In una regione dove il turista è animale ormai estinto, il mio tentativo di passare inosservato aveva avuto tanto successo quanto ne avrebbe il tentativo di un lottatore di sumo Giapponese di farsi passare per ballerina classica. Con modi gentili ma inflessibili mi avevano fatto scendere da un treno, interrogato e poi fatto risalire su un altro treno, in direzione opposta.
Sono arrivato a Colombo alle 2 del mattino. La stazione era oscura e deserta, solo i corvi svolazzavano sotto le tettoie dando la caccia ai ratti. Avevo un sonno bestiale, il treno su cui avevo viaggiato era illuminato a giorno e non c’era stato modo di dormire. Ho controllato gli orari sul tabellone in legno smaltato, eredità dell’Impero Britannico, il primo treno per Hatton, sulle montagne, era alle 5.45. Ho così dormicchiato per un paio d’ore su una scomodissima panchina di quelle coi braccioli fissi individuali (panchine anti-barboni?), ho quindi comprato il biglietto e sono salito sul treno. Ho fatto appena in tempo a sedermi, poi il vagone si è riempito all’inverosimile. Sembrava la metro di Roma nell’ora di punta. Non ricordo niente delle prime tre ore di viaggio, fino a Kandy, tanto ero cotto. Alla partenza sedeva a fianco a me un giovane padre con figlioletto in braccio, al risveglio l’uomo era in piedi e al suo posto sedeva un monaco giovanissimo e altezzoso. Forse Mao aveva ragione e le religioni sono davvero l’oppio dei popoli. Ma dico: se io fossi un monaco, lascerei un padre con figlioletto in braccio viaggiare in piedi per far posto al mio culo solo perché avvolto in abito sacro? Non credo proprio. Penso che gli direi di restar seduto e che Dio benedica lui e il bambino.
Abbiamo poi traversato infinite piantagioni (latifondi) di tè e alle 11 eravamo a destinazione. Fuori dalla stazione sono stato preso d’assalto da una pletora di cacciatori di commissioni che cercavano di spingermi verso questa o quella guesthouse, questo o quel taxi. Mi sono fatto strada come un giocatore di rugby e sono salito sul bus per Dambhoulie, campo base per la scalata al Picco di Adamo, oggetto principale della mia vista al Paese. Un’ora di tornanti a bordo lago ed eravamo a Dambhoulie. Ho cercato una guesthouse, ho tirato sul prezzo fino a scendere a 500 rupie, ho mangiato un paio di involtini di uova e verdure e sono crollato sul letto. Era l’1 del pomeriggio, avevo viaggiato ininterrottamente per 26 ore!
Ho dormito fino alle 6, ma mi sono svegliato con un terribile mal di testa. Sono andato a fare un giro in paese, aveva piovuto di brutto e faceva fresco. A un certo punto ho visto il Picco, libero dalle nubi nella notte stellata. Una striscia di luci ininterrotta vi serpenteggiava fin su in cima. Sembrava un abete enorme che qualche simpatico giocherellone aveva addobbato per le feste trasformandolo in albero di Natale. Il cielo faceva da carta pesta, le stelle da… beh, da stelle, in una sorta di parodia al rovescio. Il mal di testa andava migliorando e mi è venuto da pensare che è comunque bene soffrire ogni tanto, così da avere almeno una vaga idea di cosa provi chi nel dolore deve vivere costantemente.
Il Picco di Adamo, o Sri Pada in sanscrito, è montagna sacra per Buddisti, Induisti, Musulmani e Cristiani. Sulla sommità, custodita in un tempio, v’è l’impronta di un piede lunga un metro e ottanta. Per i Buddisti è l’impronta del Budda, per gli Induisti è quella di Shiva, per Cristiani e Musulmani è invece l’orma lasciata da Adamo nel momento dell’atterraggio, dopo la cacciata dall’Eden. E qui devo aprire una parentesi. A me insegnarono da piccolo che, causa avidità del sopraccitato Adamo, la donna partorirà con gran dolore, mentre l’uomo (cioè anch’io) lavorerà con gran sudore. E in Sri Lanka invece? Qui No, qui la punizione per Adamo ladro di mele (e di riflesso per l’umanità) è quella di finire su questa splendida montagna! Io proprio non me lo ricordo Don Ferdinando (si chiamava così il prete del mio paese) dire che ora per pagare pegno avrei dovuto fare trekking nel Parco Nazionale d’Abruzzo. No, non me lo ricordo affatto. Lui diceva proprio “lavorerai con gran sudore”. E sembrava serissimo (in realtà lo era sempre). Chiaro che le mele sono poi più care in Sri Lanka che in Italia.
Comunque, alle 2 del mattino Santhe, proprietario della guesthouse, è venuto a svegliarmi, come da me richiesto. Ho fatto colazione col pilota automatico, pensando che avevo passato le ultime 13 ore dormendo o mangiando. Alle 3 mi sono avviato, rinfrancato, sveglio nella frescura notturna dei 1300 metri di Dambhoulie. Il Picco di Adamo misura 2200 metri. 900 metri di dislivello da ascendere. Stando alla regola base del trekking, si salgono 300 metri per ora, avrei quindi avuto bisogno di tre ore per completare l’ascesa. Sarei arrivato alle 6, forse troppo tardi per godere dell’alba dalla cima. Ho allora deciso di spingere come un alpino. Ho superato dozzine di turisti prima, turisti e pellegrini poi. Ho fatto solo due brevi soste. Durante la prima, dopo 45 minuti, un gruppo di “stewards” mi ha offerto un beverone caldo, credevo fosse tè, invece era un’infusione fortissima di zenzero, peperoncino e Dio solo sa cos’altro. M’avessero fatto l’antidoping in cima avrei dato sicuramente positivo. E via camminando. Ho completato l’ascesa in 2 ore, ero su alle 5. È stato un bene perché ho così avuto tempo di riscendere parte dello spettacolare versante ovest (pochissimi salgono da quel lato), tornare su in cima e aver comunque tempo di trovar posto sul balcone mai terminato di un edificio solo parzialmente costruito. Da li sovrastavo tanto l’est quanto il nord con le sue montagne a perdita d’occhio. Era ancora buio e faceva freddo.
Dal sentiero, proprio sotto di me, continuavano ad arrivare gruppi di pellegrini e qualche turista. Poi è arrivata una comitiva Francese guidata da un personaggino davvero poco simpatico. Mi ha detto che il posto dove sedevo era riservato al suo gruppo e mi ha chiesto di farmi più in là. Ho risposto picche, ma la guida era evidentemente a caccia di mance e insisteva. Alla fine gli ho detto che piuttosto che cedergli una posizione tanto avvantaggiata avrei preferito leggere sui giornali del giorno dopo dello sfortunato incidente di cui erano stati protagonisti un turista Italiano e una guida turistica sul Picco di Adamo, con quest’ultima accidentalmente caduta nel vuoto. E qui devo riconoscere ai Cingalesi una qualità di cui i Tailandesi sono invece privi: l’uso (e la comprensione) della retorica. In Thailandia quella stessa guida non avrebbe capito e magari mi avrebbe pure chiesto come facevo a sapere quel che scrivevano i giornali del giorno dopo (e in quel caso mi sarei davvero visto costretto a dargli una spintarella oltre per metter fine alle sue miserie), questo invece ha sorriso e si è accontentato di una postazione più defilata.
L’aurora è stata affascinante. Mille colori che come in un caleidoscopio cambiavano l’aspetto della valle sottostante e dell’orizzonte più distante ad ogni nuova occhiata. Si stava talmente bene che erano scomparsi sia il freddo, sia la stanchezza per due ore di marcia a ritmo serrato, sia il senso d’attrito con la guida. Questo era davvero un Paradiso, e un Dio che esilia il reo Adamo in un luogo così non può che essere buono.
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Categoria: General
Scritto da: marcodaprile








Ros 2006 ha scritto: