Marcoelitaliano
13/10: Cavalcando Ronzinante IX: Auschwitz (Km 5891)
AUSCHWITZ, POLONIA
La mia prima impressione sulla Polonia non era stata delle migliori. Cito testualmente la pagina di diario scritta il giorno in cui traversai il confine polacco. Mi scuso a priori nel caso qualcuno dovesse trovare il testo poco corretto politicamente.
Venerdì 3 Ottobre
“Il clima è cambiato, stavolta le previsioni ci hanno azzeccato in pieno. Ha piovigginato tutto il giorno, niente di insopportabile, ma fastidioso abbastanza da farmi chiudere la giornata a Kostrzyn, in Polonia, 30 Km prima del previsto.
Kostrzyn è una delle città più brutte dove io abbia mai messo piede: i palazzoni-bunker Sovietici rappresentano qui non più il 20% degli edifici come nella ex DDR, ma bensì l’80% del totale.
In un panificio, mentre facevo merenda e sognavo le imponenti tette della bionda fornaia, è entrato un uomo ubriachissimo, barcollava, ci ha messo un secolo a chiedere ciò che voleva, mi ha pestato un piede, si è scusato in tre lingue diverse, poi ha voluto stringermi la mano, quindi voleva abbracciarmi, mi ha dato una pacca su una spalla e infine un cazzotto (piuttosto forte, seppur amichevole nelle intenzioni) sullo sterno. L’ho poi in pratica dovuto cacciare dal locale con grande sollievo della fornaia e della commessa (e mio).
Ho poi trovato alloggio in un orrendo hotel per camionisti e mignotte dove la receptionist -altra tettona inedita- mi ha fatto credere che la colazione era inclusa nel prezzo, poi, dopo aver pagato, mi ha detto che così non era. Le ho sorriso, bonario. Anni fa avrei tirato giù una storia senza fine per una cosa così”.
Poi però le cose sono cambiate e i Polacchi si sono dimostrati gente dotata di generosità ed ospitalità uniche. Non ricordo d’esser stato trattato così bene in nessun altro Paese visitato. Più volte mi sono venute in mente similitudini con l’Italia rurale di alcuni decenni fa, quella ormai spazzata via da materialismi vuoti ed egoisti. Anche gli odori, parte fondamentale dell’esperienza del viaggio, sono particolari in Polonia. Uno su tutti, nei paesi di campagna, il carbone, usato ancora come combustibile per riscaldamento in molte case. Una fragranza forte che punge l’olfatto e tinge l’azzurro del cielo con sfumature di grigio.
La lingua, per la prima volta dall’inizio del viaggio, si è rivelata in molte occasioni un ostacolo semi-impermeabile. Abituato (male) dall’uso generalizzato che si fa in altri Paesi dell’inglese lingua franca, non avevo neppure pensato a procurarmi un frasario o un dizionarietto tascabile. È peraltro la lingua polacca di una complessità disarmante, tanto nella grammatica quanto nella pronuncia. Più volte mi sono ritrovato a portare avanti discorsi fra sordi dove ognuno capiva ciò che voleva di quello che l’altro aveva in realtà detto. In un’occasione, ad esempio, parlando con una ragazza in un bar, avevo capito (dopo oltre mezz’ora di parole, mimi e disegni) che stava pensando di andare a Roma col fidanzato a visitare il papa, quando invece -cosa compresa solo più tardi con l’arrivo di un occasionale interprete- mi stava dicendo che mai avrebbe accettato d’esser madre senza prima esser stata sposata da un prete davanti a Dio. Non chiedetemi quali gimcane abbia fatto il mio cervello per capire ciò che ha capito, ma vi raccomando, in caso ci trovassimo qualche volta a giocare ai mimi insieme, di non prendermi in squadra con voi.
Auschwitz
L’ho scritto in neretto per una ragione pratica: qui finisce la parte in qualche modo ludica di questo blog e ne inizia una decisamente più triste, forse persino deprimente, ma non possiedo il genio di Benigni per commentare qualcosa tanto drammatico con toni leggeri. Siete avvisati, a voi la scelta se continuare a leggere o meno.
Cito nuovamente dal mio diario: “Alle 7 del mattino m’hanno buttato giù dal letto e -col senno di poi- ne sono felice. Si, perché il campo di prigionia di Auschwitz era alle 8 del mattino, considerando il freddo, la giornata grigia e il fatto che non c’erano ancora gruppi di visitatori, un santuario, un luogo di raccoglimento e rimembranza, non la specie di circo in cui si è poi trasformato dopo le 10 con l’arrivo di orde di studenti d’ogni nazionalità e razza pascolati da insegnanti e guide fra i resti di immani orrori di un passato non troppo lontano. Per dirla tutta, la maggior parte di questi scolari manteneva un comportamento degnissimo, nonostante l’età (troppo) spesso immatura. Ma la folla in se fa venir meno quel senso di dramma che era invece tangibile di prima mattina camminando solo fra i tetri edifici di mattoni scuri che compongono il campo”.
Nel maggio 1940 la Germania, essendosi annessa la parte occidentale della Polonia nell’autunno precedente, confiscò al disciolto esercito Polacco la caserma di Oswiencim (Auschwitz in tedesco) e la destinò ad ospitare prigionieri di varia natura: prigionieri politici, criminali, prigionieri di guerra, patrioti Polacchi, omosessuali, Zingari ed Ebrei. Fino al settembre ’41 Auschwitz fu un comune campo di prigionia tedesco, uno dei tanti della cui disumana durezza di condizioni le SS andavano fiere. I prigionieri erano selezionati e separati all’arrivo a seconda della natura del crimine commesso, tutti gli effetti personali confiscati e -una dei lati più abbietti dell’intero mostruoso meccanismo- separati per genere merceologico e il tutto meticolosamente ordinato e conservato in uno dei tanti germanici esempi di funzionalità produttiva. Ancor oggi nel museo del campo si possono ammirare cumuli di tonnellate di scarpe, o valige, o camice, o spazzolini da denti, o mutande. Quale mente insana può arrivare ad eliminare una persona conservandone però mutande e spazzolino da denti? Tra le varie montagne di effetti personali tenute oggi sotto vetro spuntano scarpe appartenute a bambini, 7, 8 centimetri di lunghezza appena. Si può freddamente pianificare l’eliminazione di qualcuno così giovane e innocente da stare in quelle minuscole scarpe?
Quello verso Auschwitz era ovviamente un viaggio di sola andata, i prigionieri stessi probabilmente lo sapevano, ma anche in questo territorio il malefico genio nazista aveva lavorato a tavolino e li portava a nutrire false speranze sintetizzate dal motto inciso sul cancello d’ingresso del campo: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi! E così ogni giorno colonne di prigionieri lasciavano il campo accompagnati dalle musiche di un’orchestra per dieci o dodici ore di lavoro spaccaossa che… rendeva liberi. A partire dal Settembre 1941 poi, il comando SS ideò un sistema più rapido per distribuire libertà ai detenuti: le camere a gas e gli annessi forni crematori.
Nei quattro anni di attività del funereo complesso, un imprecisato numero di donne e uomini (si parla di stime comprese fra 1 e 3 milioni di vittime) soffrirono prigionia, umiliazioni, privazioni, fame, freddo, crudeltà, torture, esperimenti medici, schiavitù e morte. Quando, alla resa del Terzo Reich, i soldati dell’Armata Rossa raggiunsero Auschwitz si trovarono di fronte a uno spettacolo troppo crudo anche per occhi e menti come le loro abituati alla guerra. Il cortometraggio in inglese che viene oggi proiettato nel museo ad intervalli di un’ora si basa sulle immagini girate dagli attoniti uomini dell’esercito sovietico in quel lontano Gennaio 1945. Il film dura poco, una ventina di minuti appena, ma chi non si commuove di fronte a tanto strazio ha un cuore di pietra. Mi ha poi detto Monica, una ragazza del luogo, che questa non è per altro la versione integrale del film, che invece veniva proiettato fino a una ventina d’anni fa, come racconta sua madre. Alcune scene erano però talmente brutali che ad ogni proiezione qualche spettatore veniva portato fuori dalla sala privo di sensi o in preda a crisi isteriche.
Sono uscito dal campo di concentramento di Auschwitz con un peso sullo stomaco che non è andato giù per giorni. Fa male pensare che certe cose siano avvenute davvero, fa ancora più male pensare che a soli 60 anni di distanza ancora esistano fascismi e fascismi in giro per il mondo. Ho ripensato alle parole della mia professoressa di storia moderna all’università quando in risposta alla domanda “Perché hai scelto di studiare storia?” nel test d’ingresso d’inizio corso avevo scritto “Perché conoscendo il passato non ripeteremo errori già commessi da altri prima di noi”. Il suo commento fu sepolcrale: “Questa è una pia illusione!”. Aveva ragione lei.
ITINERARIO
6 Ottobre: Zielona Gora - Legnica 113 Km, 5h40', 19.9 Km/h
7 Ottobre: Legnica - Wroclaw 91 Km, 4h48', 18.9 Km/h
8 Ottobre: Wroclaw 0 Km
9 Ottobre: Krakow 0 Km
10 Ottobre: Krakow - Auschwitz 65 Km, 3h30', 18.5 Km/h
11 Ottobre: Auschwitz 0 Km
12 Ottobre: Auschwitz 0 Km
ENGLISH
The english translation of this article is available on Travelblog.org
Link: Riding Rocinante IX: Auschwitz (Kms 5891)
Categoria: General
Scritto da: marcodaprile







